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Care amiche, cari amici, buona domenica!
Purtroppo, anche questa domenica non giungono buone notizie sul fronte del conflitto in Medio Oriente. Ne parleremo negli aggiornamenti economici. Non possiamo che augurarci che tutto finisca il prima possibile. Alle persone in pena per la sorte dei loro cari, vada anche questa settimana il nostro sostegno e la nostra solidarietà.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia questa settimana comincia con il conflitto in Medio Oriente che purtroppo non dà segnali che ci facciano ben sperare in una sua fine, anzi. Il prezzo in termini di vite umane è già drammatico. Sul fronte economico le conseguenze hanno iniziato a farsi sentire subito: i mercati questa settimana sono stati turbolenti. Dopo un periodo contraddistinto da una certa stabilità, il prezzo del petrolio è tornato a crescere. Questo aumento è senza dubbio legato al ruolo importante che la regione del Medioriente e del Nord Africa rappresentano nella produzione di greggio e in effetti, queste due regioni forniscono circa il 36% del petrolio mondiale. È chiaro che il perdurare del conflitto, come pure il suo allargamento ad altre regioni, metterebbe in serio pericolo l’approvvigionamento anche in Europa. Allo stesso modo, anche il prezzo del gas è aumentato. A influire su questo, oltre al conflitto, anche la chiusura in via precauzionale del giacimento di gas Tamar che si trova al largo di Israele. Non dimentichiamo che il prezzo del gas era già sotto pressione a causa del sabotaggio degli scorsi giorni avvenuto al gasdotto tra Finlandia ed Estonia nonché degli scioperi dei lavoratori negli impianti di liquefazione di Chevron in Australia. L’azienda petrolifera statunitense produce il 5.1% della fornitura di mondiale di combustibile super refrigerato. Anche se i principali mercati di sbocco sono il Giappone, la Corea del Sud, la Cina e Taiwan, la riduzione dell’offerta ha effetti anche sui paesi non direttamente coinvolti. In aggiunta, non dimentichiamo che noi paesi europei a breve saremo in inverno, per cui la nostra domanda di fornitura di energia non potrà far altro che aumentare.
Energia che serva anche ai videogiochi. Parliamo dell’acquisizione da parte di Microsoft di Activision Blizzard di cui avevamo discusso già qualche mese fa. Questa settimana l’operazione di acquisto è stata conclusa, non senza difficoltà, per la cifra di quasi 69 miliardi di dollari (62.5 miliardi CHF). Cerchiamo di capire qualcosa di più di queste due aziende e sulla “lunga” acquisizione iniziata nel gennaio del 2022. Lunga rispetto alle prospettive dei due colossi che ritenevano di concluderla entro l’estate dello stesso anno. Ma le cose non sono andate così. Microsoft è una delle aziende più importanti nel settore dell’informatica, mentre Activision Blizzard è uno dei leader mondiali, sempre statunitense, nella produzione e distribuzione di videogiochi; per queste ragioni, le autorità di regolamentazione antitrust nel Regno Unito e negli Stati Uniti hanno cercato di rallentare il processo. Alla fine per ottenere l’approvazione Microsoft ha dovuto rivedere i suoi piani e accettare dei compromessi con altre aziende. In effetti, Microsoft ha ceduto delle licenze sui videogiochi ad aziende terze per limitare il rischio di diventare un’azienda troppo grande nel settore e di avere soprattutto il monopolio sulla diffusione di questi videogiochi. Aldilà del caso specifico sicuramente la questione del monopolio delle piattaforme è di estrema attualità e le autorità antitrust se ne stanno occupando da tempo. Probabilmente altre richieste di ridimensionamento di questo settore arriveranno anche ad Apple e Google che, sempre probabilmente, saranno chiamate presto tardi ad aprire il mercato delle app e dei giochi per l’iPhone e l’iPad anche ad altri concorrenti. Detto molto semplicemente, se state leggendo questa newsletter da uno di questi due apparecchi, vi renderete conto che l’unica possibilità per scaricare app e giochi e quella di utilizzare l’App Store. È proprio contro questo “monopolio” si dovrebbero dirigere le azioni delle autorità europee.
E guardiamo a un’altra nazione europea. L’istituto nazionale di statistica italiano (Istat) ha stimato il valore dell’economia sommersa in Italia. Nei 192 miliardi di euro (circa 182 miliardi CHF) stimati per il 2021 rientrava anche il valore del lavoro in nero e delle attività illegali. Questa cifra è aumentata rispetto al 2020 di circa il 10%, anche perché ricordiamo che le chiusure legate alla gestione della pandemia hanno in parte impedito questo genere di attività. Nonostante questo incremento, la sua incidenza sul prodotto interno lordo (PIL) rimane pressoché invariata, e attorno al 10,5%. L’Istat evidenzia il fatto positivo che negli ultimi due anni la soglia dell’economia sommersa, quindi togliendo le attività illegali, sia sempre stata al di sotto del 10%. In questo senso si mettono in evidenza gli importanti sforzi fatti dallo Stato per contenerla. Guardando i dati nel dettaglio si scopre che ci sono comunque circa quasi 3 milioni di lavoratori irregolari, in aumento del 2.5% rispetto al 2020. Il valore aggiunto generato da questo lavoro irregolare è stato addirittura pari al 9.2% del totale. Un dato che deve far riflettere. I settori in cui l’economia sommersa è più presente sono il settore dei servizi alle persone (con un tasso di creazione del valore aggiunto del 34.6), quello del commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (20.9%) e infine quello delle costruzioni (18.2%). I danni causati allo Stato e all’economia da questo genere di attività sono ormai sono noti (mancanza di gettito fiscale, mancanza di contributi sociali per i collaboratori, assenza di coperture assicurative,…) ed è per questo che negli anni si è cercato di porre un importante freno.
E concludiamo con il nostro articolo settimanale. In “I consumi rallentano, l’economia trema…” analizziamo l’importante legame tra l’andamento dei consumi (in una fase di rallentamento a causa delle incertezze sul futuro) e i risultati economici in generale. In questo senso mettiamo in evidenza come l’instabilità sia una delle cause più importanti dei rallentamenti economici.
Trovate qui gli articoli della settimana
I consumi rallentano, l’economia trema…
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Ticino: la povertà nella ricca Svizzera
Svizzera 2024: salari troppo bassi e prezzi troppo alti
Un filo tra scuole e lavoro – La formazione è decisiva
Casse malati: soluzioni, non slogan
Svizzera: il PIL stagna, la disoccupazione sale
120 secondi
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L’Economario – il vocabolario di economia
Vi ricordiamo che il nostro vocabolario di economia vi spiega in parole molto semplici, temi apparentemente complessi e soprattutto perché sono importanti nella nostra vita di tutti i giorni. Inflazione, PIL, consumi, commercio estero, disoccupazione: temi in apparenza complessi che vengono spiegati con parole semplici.
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I consumi rallentano, l’economia trema…
Ticino: la povertà nella ricca Svizzera
Svizzera 2024: salari troppo bassi e prezzi troppo alti
Un filo tra scuole e lavoro – La formazione è decisiva
Casse malati: soluzioni, non slogan
In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante
L’economia con Amalia by Amalia1978