Con desiderio non ho voluto scrivere di questa giornata in mattinata, perché non c’è proprio nulla da festeggiare e anche criticare e contestare sembra un hobby fine a se stesso. Se la conquista del lavoro era allora un obiettivo prioritario, ai giorni nostri avere un lavoro non è la certezza della dignità. Nel mondo contestuale lavorativo, sempre più difficile ottenere un lavoro che permetta una vita dignitosa. Dopo la pandemia, ammesso che la lotta alla stessa fosse reale e non una mera scusa per cercare di mettere sempre più in difficoltà il mondo del lavoro, la guerra in Ucraina ha ampliato ancora il fenomeno della differenza drammatica di retribuzione tra la classe padronale e la classe operaia. Termini in disuso ma che oggi ritornano prorompenti e di attualità considerando come diventa difficile, se non impossibile arrivare con dignità a vivere con la propria famiglia in una ambiente dove solo competitività e assenza di valori umani dominano la scena economica. Infatti con la scusa della crisi, ripeto scusa, chiedono ai lavoratori flessibilità, e in parte possiamo condividere, ma la richiesta si spinge a voler fare di una persona che lavora un automa che non abbia più alcuna vita privata, con retribuzioni poco dignitose. I lavori a turni sono praticamente una tortura in quanto non tengono presente delle difficoltà lavorative e delle esigenze personali di ogni persona, la quale ha diritto ad una paga dignitosa e al tempo libero da dedicare a se stesso e ai propri cari. Come se ciò non bastasse scende in campo la politica, vera alleata dell’economia liberista, dunque disfattista delle regole sociali, la quale chiede sempre meno intervento dello Stato a favore dei più deboli e interventi statalisti a favore delle grandi aziende, l’esempio ultimo vergognoso è quello capitato ad un grande istituto bancario Svizzero. Ci troviamo dunque in un momento storico difficilissimo, dove necessiterebbe la solidarietà tra datori e collaboratori ma invece la politica cerca di intervenire per indebolire i già deboli ed arricchire chi già di per suo non ha necessità di aiuti.
Allora mi domando cosa si deve festeggiare oggi 1 maggio e che senso profondo hanno i discorsi dei sindacati, di cui dubito la buona fede della difesa del lavoratore come anche i vari discorsi di molti oratori incamiciati con il potere economico.
Fino a quando il potere economico varca e sovrasta i valori veri della parola lavoro, difficilmente il primo maggio tornerà ad essere la festa del lavoro, ma sarà sempre più una giornata di riflessione su un sistema sorpassato che predilige gli affari ai valori umani della vita. Nessuno deve per meri motivi di redditività accondiscendere a valori che non possono essere condivisibili. Sembra quasi che la meritocrazia sia un elemento negativo del lavoro ma venga spesso privilegiato le non competenze professionali ma l’accondiscendenza, quasi servilismo, del lavoratore nei confronti del proprio “padrone”. Non possiamo confidare in una classe politica impegnata a tagliare sul sociale, nel momento in cui dovrebbe fare esattamente il contrario. Prendere i soldi dove ci sono per ridistribuirli ai lavoratori rendendoli consapevoli della condivisione sociale. Sarebbe tema per riportare serenità tra le parti. La classe politica vuole veramente serenità tra le parti o preferisce una situazione di instabilità sociale per permettere alla ricchezza di trovare le solite nicchie di perbenismo. Il tutto si chiama Vergogna!
(RB)