Questo articolo è il nostro contributo alla rivista “L’Agricoltore Ticinese” uscito oggi.
Ogni tema viene estremizzato tanto da perdere, a mio modo di vedere, la reale dimensione dei temi. Le capanne sulle cime delle nostre montagne, che dominano panorami stupendi, dopo un periodo di crisi, tuttora in corso, si sono date una mossa, ma forse, uno scossone troppo violento, tale da violentare l’habitat stesso nel quale devono convivere. Assistiamo a raccolte fondi milionarie per realizzare vere opere d’arte, che non sempre si inseriscono con melodia nell’ambiente montano a noi tutti, caro. Sembra quasi una corsa contro il tempo a chi costruisce la capanna più moderna, quasi uno sfoggio personale dei vari architetti chiamati a disegnare queste cattedrali in cima alle nostre montagne.
Parliamo del periodo in cui possono rimanere aperte e del periodo in cui le masse di gente sono in ferie. Limitato ad un paio di mesi, meteo permettendo. Da qualche anno passiamo parte delle nostre ferie a visitare questi “Mausolei” in montagna e sempre più ci accorgiamo che a causa di questi investimenti, rifocillarsi diventa operazione da borsino pieno. Arrivi stremato, o comunque stanco e sudato, e ti si presenta una carta vivande che neppure nel ristorante al piano rinomato ti presentano. I prezzi oltremodo ben imbevuti di costi elevati, sono quasi proibitivi per una famiglia di operai che amano la montagna e che vorrebbero mangiarsi un buon minestrone a fr 7.- e una birretta a fr 3.-. Nulla di tutto questo, carte menù con gnocchi al gorgonzola e noci oppure petto d’anatra al rosmarino per citarne solo alcune e via dicendo. Questa politica turistica denota ancora una volta l’incapacità di cogliere opportunità straordinarie, regalateci dal buon Dio per attirare la gente in queste strutture. Non ci interessa bivaccare in una camera 4 stelle a 3000 metri, ma ci interessa bivaccare in una camera pulita, semplice, dove anche il mangiare è quello tipico della nostra tradizione contadina. Naturalmente indette riunioni ad alto livello su come promuovere la rete delle capanne in Ticino. Soluzioni le solite; qualche fianchetto in marketing e tutti contenti. La promozione passa attraverso un cambio generazionale di mentalità, laddove ci si rende conto che il turista, quando arriva in capanna deve apprezzare l’accoglienza, la gentilezza ed è contento se può mangiare pasti nostrani, locali, anche caldi ma assolutamente di valore nutritivo. Gli uomini della montagna, contadini in prevalenza, ai tempi si cibavano di prodotti del territorio molto nutrienti e quando rimaneva la polenta del giorno prima, la si faceva “counscia” e via di seguito. Io personalmente, quando salgo nelle capanne, perché oggi non si chiamano più rifugi, gradirei mangiare la trippa, la polenta con il latte, la salumeria del paesano vicino, tutto questo e ad un prezzo compatibile al fatto che possa salire con tutta la famiglia. Ultimamente in una capanna 4 stelle, eravamo in 9 e nulla da eccepire riguardo la gentilezza, ma per mangiare un piatto di gnocchi, un affettato e alcuni una fetta di torta con una birretta a testa abbiamo speso fr 32.-. Questo a noi sembra un deterrente a voler integrare la ristorazione nel contesto montano.
Proprio a monte andranno risolte le cose, evitando investimenti milionari inutili o comunque oltre le visioni del concetto capanna di montagna, permettendo in questo modo di approntare listini prezzi popolari dove la famiglia, anche quella ticinese, possa salire in montagna, gustarsi lo spettacolo infinito di una natura straordinaria e anche gustarsi qualche succulenta specialitä nostrana senza per questo dover avere un borsino a fisarmonica. E’ solo una questione di trovare il giusto compromesso tra investimenti e reale necessità.
Faido, 22 agosto 2016
Roberto Bosia, dir. ETiCinforma.ch