Il giornalismo è cambiato. Probabile che molti giornalisti, diciamo firme più o meno famose, di una ventina d’anni fa, sono nostalgici e vivono ancora con l’idea che loro sono i giornalisti e tutto ruota attorno a loro.
Addirittura succede che alcuni di questa guardia, chiedano magari finanziamenti dalla politica, perché non capiscono che anche il mondo della pubblicità è cambiato. Guai sarebbe chiedere soldi allo Stato, sarebbe come picchiarsi sugli attributi e perdere la libertà di espressione. Gi molte testate si “prostituiscono” ai loro grandi sponsor a scapito di libertà di parola, anche se nel privato la faccenda è un attimino più velata. Sentire poi analisi di giornalisti che pensano che fare giornalismo è pubblicare la prima nevicata, il primo bambino nato dell’anno, l’incidente e via dicendo ci fa rabbrividire. Allora è questo il giornalismo che rincorrono, tranquillo, sempre uguale, dove magari trionfa la grammatica e non il sentimento e le emozioni. Non so, ho l’impressione che chi fa giornalismo oggi deve sedersi, guardarsi attorno e chiedersi: ma cosa vogliono leggere i lettori? La cronaca pura la leggono alle due di notte, mentre si svegliano per andare in toilette, sul tablet, ogni minuto ci bombardano di notizie, vere o fasulle che siano, spetta poi al lettore fare le sue scelte. La carta scritta che inveisce contro l’online e viceversa, forse il nocciolo per una categoria così importante per la vita di un paese deve essere non nelle lotte intestine ma nella consapevolezza che il giornalismo è cambiato e i lettori apprezzano la qualità e gli approfondimenti. Leggere su una rivista che si è coltivata la zucca più grande del cantone un mese dopo che la stessa notizia ha fatto il giro dei socials e dei blog è semplicemente intestardirsi sul non giornalismo e non porta ad alcun risultato positivo. Proviamo a spiegare perché in quel terreno è potuta crescere una zucca così grande, e di questa zucca che se ne fa e la storia della gente che l’ha seminata e coltivata… forse ritorneremo ad essere attrattivi. Ottimo per chi è giovane e concepisce il giornalismo in maniera differente, che tutti questi giornalisti sono legati al passato senza rendersi conto di molte cose. Una che il pubblico, l’utenza, è mutata e non si fa più riempire di notizie e non-notizie che tendevano ad influenzare le mode, e peggio ancora, i modi di pensare e di votare. Due che i giovani sono molto più attenti di quel che pensano e leggono, si informano e commentano senza troppo cincischiare. Con noi collaborano molte persone che non sono giornalisti, come chi vi scrive di fatto non lo è, ma ci mettono e ci mettiamo il cuore e la passione, girando nelle piazze e ascoltando. Noi piace essere definiti giornalisti di strada, poco professionali forse, ma che ascoltano e vedono l’evolversi degli interessi della gente… tutto il resto per noi non è più giornalismo ma è un arrocco sul passato per evitare di essere proiettati in un mondo nuovo e come tale interpretabile. (ETC/rb)
La foto un mio autoscatto in una piazza dove deve trovarsi il giornalista per cogliere l’attimo e lo spunto (Roberto Bosia)