Cari amici lettori ticinesi, a pochi giorni dalla chiusura ufficiale della 50esima edizione del Vinitaly di Verona mi ritornano alla mente gli assaggi e le degustazioni dei vini e dei distillati, ma anche i sorrisi e l’ospitalità di tante persone. Sorrisi perché se non sorridi al Vinitaly forse sei un soggetto al quanto triste, e ospitalità perché chi ti ha accolto presso lo stand o ti ha invitato a cena al di fuori della fiera, lo ha indubbiamente fatto con lo spirito più profondo dell’accoglienza.
Anche quest’anno ho provveduto ad incontrare vecchi amici e volti nuovi, vini dall’etichetta consolidata e proposte enologiche emergenti, idee innovatrici e altre conservatrici. Mi sono districato tra la folla, gli esperti, gli intenditori, i presunti tali, gli appassionati, le minigonne e le scollature: sempre più mini e sempre più scollate. E poi tra i bevitori, qualche astemio fuori luogo e tutti i Vip che non so bene se raggiungano Verona per il vino o per la risonanza mediatica. Ma poi, detto fra noi, neanche mi interessa perché dovrei saperlo? E’ segno che la rassegna va bene e allora ben vengano.
Ho degustato e bevuto, ho incontrato vini interessanti e azzardi su cui glissare è di dovere. Anche quest’anno mi sono divertito lo ammetto, l’ho fatto con i vini e con chi ho condiviso le ore veronesi. Con gli amici della Sicilia, terra avvolgente di cui sono figlio adottivo, con i Piemontesi, tanto bravi nel fare vino quanto bravi a parlare poco ed è un complimento non fraintendetemi ve ne prego. Ho riabbracciato la Calabria di cui vorrei sapere tutto dei suoi misteri del gusto; l’ho fatto con gli amici dell’Abruzzo, con i Friulani e i Trentini della grappa. E poi ancora sud e nord, est e ovest: ancora Italia.
L’ho fatto perché per me il Vinitaly è a che questo: incontrare, salutare, abbracciare, non è solo lavoro, non è solo Pil. E’ rivedere un amico, composto ed educato, un collega capace e preparato, o entrambi straordinari espressionisti del cazzeggio estremo. Ma che importa se sono un amico e un collega?
Per me è vedere una bella donna in sala stampa e lasciarsi andare all’immaginazione, è una cena, un brindisi, un caffè alle 7.40 con Alberto. E’ un incastro di un puzzle elegante, raffinato e colorato. E’ il mio lavoro che sorride al lavoro di migliaia di altre persone.
Ho degustato un anfratto di Sardegna, un pezzetto di un’isola magica dove i rami dei sugheri cercano le nuvole e la terra ammalia i poeti. Ho bevuto un sorso di Gallura con i vini della cantina Siddùra: Vermentini, Cannonau e Cagnulari. 3 vermentini: Spèra, Maìa e Bèru. Dal più facile a quello più impegnativo barricato con tanto di via di mezzo. Mi sono piaciuti, soprattutto i primi due. La freschezza e la piacevole semplicità dello Spèra mi ha fatto ricordare l’aperitivo con gli amici galluresi durante le mi trasferte di lavoro in loco per la TV. Maìa, realizzato con una più accurata selezione delle uve, mi ha invece fatto desiderare piatti saporiti di pesce e il profumo del mare. Una buona bottiglia, compagna fedele di un’elegante cucina. Bèru, ovvero la voglia di andare oltre: il legno, la ricerca, la sfida, la capacità del Vermentino di essere intenso e penetrante. Da seguire.
Dai bianchi ai rossi. 4 espressioni, 3 territoriali e una internazionale. Il primo, Èrema, un blend ottenuto da uve rosse tipiche sarde e vinificate in acciaio. Fresco di facile beva e sincero. Piacevole. A ruota quello che più stuzzicava la mia curiosità prima della degustazione: Bàcco 100% Cagnulari. Graditissimo. Buoni profumi e colore armonioso, al palato quella sensazione di territorialità, elegante ma al contempo rustica e selvaggia. Mi è piaciuto molto. Poi ho assaggiato Fòla, ovvero il Cannonau. E’ un vitigno che ho sempre apprezzato, fin da quando nel 1990 andai in Gallura per girare un documentario su di un esclusivo villaggio vacanze; fu allora che Vermentino e Cannonau mi divennero cari amici. Il Cannonau Siddùra c’è, presente e di gran gusto, elegante e vero, di corpo e di carattere. Si, un caro amico! Ho concluso la degustazione con i responsabili della cantina e i colleghi dell’ufficio stampa assaporando Tìros: Sangiovese e Cabernet. Un vino che racchiude in se tutta la voglia di rendere consapevoli gli appassionati dei grandi vini, se mai ce ne fosse bisogno, che in Sardegna si possono realizzare espressioni enologiche dall’eleganza pronunciata, armoniose e longeve.
Vi sarete accorti che non ho parlato di enologi, dirigenti, doc, docg, igt, non ho menzionato vigneti, tempi di lavorazione o di affinamento e ancor meno non ho citato i premi ottenuti dalla cantina con i vini.
Ho espressamente voluto raccontare i vini che ho assaggiato da semplice appassionato di cose buone che vuole gustare il delizioso piacere di godersele senza troppi ma, se , perché, chissà, ecc. ecc.
Buoni vini, fatti bene ne l rispetto dell’ambiente, con una politica aziendale aperta e attenta ai tempi che cambiano. Vini di una terra generosa ricca di prodotti a volte superbi e a volte eccezionali nella loro semplicità. Vini che sposano la cucina sarda, di terra e di mare, ma che ovunque vi troviate nel mondo sapranno accompagnare al meglio piatti e ricette di altri anfratti. Siddùra è a Luogosanto (OT) in quella Gallura dove nulla è privo di significato e tutto ha sentimento.
Fabrizo Salce