Trattasi di un cortometraggio francese del 1982, con il quale il regista si rivolge al critico cinematografico svizzero Freddy Buache. Quell’anno fu proiettato al Festival di Cannes.
Bauche era definito il più grande ribelle del cinema svizzero. È stato direttore della Cinematheque suisse dal 1951 al 1996 e ci-direttore del Locarno Film Festival con Sandro Bianconi dal 1966 al 1970.
Il loro rapporto a distanza si alimento’ di alleanze pubbliche: Buache era un grande difensore delle opinioni di Godard, che gli fece giungere in risposta questa “lettera” sul cinema.
“MAGARI”, regia di Ginevra Elkann.
Cast: Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher.
Italia/Francia 2019.
Il film si apre su tre ragazzini, fratelli, che hanno visto il matrimonio dei propri genitori sfaldarsi.
Finiti a vivere a Parigi con la madre francese, che aspetta un quarto figlio dal nuovo compagno, tocca loro convertirsi completamente al Cristianesimo ortodosso.
I bambini accettano di buon grado; seppur con la riserva della lucida mente della più piccola, che analizza il comportamento della madre e cova in cuor suo la speranza che torni presto con il padre.
I tre vengono mandati in vacanza invernale a Roma proprio dal padre e la nuova compagna, in attesa di trasferirsi in Canada.
Il padre è l’esatto opposto della madre: vive le emozioni del momento, coltiva il sogno di diventare sceneggiatore per il cinema, seppur con scarsi risultati.
Il rapporto con tre figli perfettamente abituatasi all’austerità parigina, sarà all’inizio difficoltoso.
Ma piano piano, la spontaneità, la schiettezza e una comunicazione con loro sempre più profonda e sincera, faranno breccia nei tre cuori all’inizio dubbiosi.
Il film si chiude nella bellissima cornice del mare d’inverno, con un filo di dolce malinconia, e con il sogno almeno per un poco realizzato della piccola protagonista, di riavere tutta la famiglia riunita.
Un applauso a tutto il cast e soprattutto a questi tre giovanissimi attori alla loro prima esperienza.
Concorso Cineasti del presente.
“SPACE DOGS”, regia di Elsa Kremser, Levin Peter.
Austria/Germania 2019.
Il film racconta una storia immaginaria e verosimile allo stesso tempo: come sarebbe stata l’esistenza della piccola Laika, se non fosse stata scelta per l’esperimento spaziale che poi l’avrebbe martirizzata?
Qual è la peggior sventura per un cane?
Così vediamo la vita, dal vero, di una coppia di cani che si spostano liberamente per una città nei pressi di Mosca. Pochi i contatti con l’uomo: perlopiù se la cavano da soli. Procacciano il cibo, cercano un riparo e si spostano di continuo. A volte bisticciano ma sono inseparabili. Stringono qualche relazione con altri randagi.
Sono bellissime le inquadrature del giovane cane protagonista che si staglia all’orizzonte; così come belle sono le riprese ad “altezza di cane”.
La storia è spesso frammentata con spezzoni di repertorio, dove vediamo i preparativi sulla vera Laika prima del lancio. E scopriamo che in questi esperimenti furono impiegate anche delle scimmiette e delle tartarughe. Laika fu l’unica a non tornare mai più in vita. Quando la spedirono, gli scienziati lo sapevano benissimo e potevano ascoltare a distanza i battiti del suo piccolo cuore spaventato, rinchiusa in una minuscola capsula…
SERATA LEOPARD CLUB AWARD to HILARY SWANK.
“7500”, regia di Patrick Vollrath
Germany/Austria 2019.
La storia si svolge su un aereo preso d’assalto da un terzetto di terroristi islamici, armati solo di coltelli.
Il co-pilota reagirà immediatamente e molto presto, il serrato confronto si articolerà fra lui e i tre.
Due saranno quelli convinti dell’azione suicida contro l’Occidente; ma un terzo, il più giovane appena diciottenne, tentenna. Su di lui farà leva il co-pilota e se non proprio ottenendo una reale collaborazione, giocando tutto sull’istinto di sopravvivenza del ragazzo.
Un film da cardiopalma, soprattutto sul gigantesco schermo del festival.
“GREENER GRASS”, regia di Jocelyn DeBoer, Dawn Luebbe.
USA, 2019.
Il film si svolge in una cittadina all’apparenza ordinatissima e perfetta, sia nella conduzione delle esistenze degli abitanti che nei rapporti fra i medesimi, improntati ad infinita e quasi inverosimile gentilezza.
L’altro dettaglio surreale: tutti, grandi e piccoli, portano l’apparecchio ai denti.
Quando una delle abitanti arriva a cedere il proprio figlio in fasce ad un’amica concittadina, scombussolandone in realtà la vita, inizieranno non poche situazioni fuori dal comune.
Sembra che nessuno osi mai dire di no e mai ribellarsi, per il timore recondito del giudizio e dell’esclusione. Una situazione spinta fino si limiti dell’assurdo, dove si ride al sapore del grottesco e della follia più pura.
Concorso cineasti del presente.
“LOVE ME TENDER”, regia di Klaudia Reynicke, con Barbara Giordano.
Svizzera, 2019.
Seconda soffre di ansia e da 9 mesi non esce più di casa. Vive sola con gli anziani genitori.
I suoi movimenti e la sua comunicazione appaiono come quelli di una bambina molto piccola. Non sappiamo perché faccia così.
Nel film non se ne parla mai apertamente.
Ma ad un certo punto, la madre muore e il padre, vigliaccamente, si dà alla macchia.
Qui inizia la nuova vita di Seconda, che si svolge chiusa in casa da sola finché possibile. Qualche personaggio di sesso maschile, non molto più “normale” di lei, si affaccia nei confini della giovane donna.
Questo la spingerà a desiderare di interagire con il mondo esterno.
Si ride molto per le situazioni venate di ironia che si susseguiranno.
Ma un senso di solitudine avvolgerà tutta la storia. Il finale parla però di speranza e libertà.
“KRABI, 2562”, regia Ben Rivers, Anocha Suwichakornpong.
Inghilterra/Thailandia, 2019.
Il film si avvale di effetti speciali volti alla rappresentazione di un momento in cui periodo preistorico, presente e passato recente si fondono.
Attraverso questo meccanismo, si racconta
la storia naturale e sociale della Thailandia, attraverso lo sguardo di una giovane venuta da fuori.
SERATA VISION AWARD TICINOMODA to CLAIRE ATHERTON.
“Once Upon a Time… in Hollywood”, regia Quentin Tarantino.
Con Leonardo DiCaprio e Brad Pitt.
USA, 2019.
(Film in Svizzera a partire dai 16 anni).
Los Angeles, 1969.
È l’anno degli omicidi di Manson e i suoi adepti e difatti, il nome di Polanski farà spesso capolino citato dai protagonisti.
Una Hollywood in declino, meno sicura e meno sfavillante, in cui si muovono un attore e la sua controfigura, a caccia di ruoli in qualche film.
I due erano famosi negli anni d’oro del western e il confronto con il presente è duro, anche se cercano di affrontarlo con sarcasmo e distacco.
Una donna in qualche modo li trascinerà verso nuove avventure, nelle quali una violenza potente e quasi ininterrotta, la farà da padrona.
In Piazza Grande, per la Retrospettiva “Crazy Midnight”.
“COFFY”, regia di Jack Hill.
USA, 1973.
Storia di droga e malessere, in una cittadina americana anni Settanta, una giovane finisce in ospedale in overdose.
La sorella maggiore, l’infermiera soprannominata “Coffy”, si armerà e si farà giustizia da sola per i quartieri.
Un film violento e crudo nello stile di quegli anni.
Concorso cineasti del presente.
“HAM ON RYE”, regia di Tyler Taormina.
USA, 2019.
Assistiamo alle vicende di un gruppo di ragazzini dello stessa cittadina della provincia americana.
Si trovano ad affrontare i rituali della crescita, della funzione sociale e dell’affermazione del proprio ruolo nel microcosmo dei coetanei.
Tutto ciò porta loro speranze (le ragazzine con i bei vestiti principeschi), e molte ansie (i ragazzini che cercano di mostrare una sicurezza solo recitata.
La maggior parte di loro ce la farà, in qualche modo. E il primo ballo sembrerà persino coronato dallo “Spirito dell’amore”, un momento ilare e poetico insieme.
Ad un certo punto, li si vede dissolversi all’orizzonte dopo il ballo, e il pensiero che ti attraversa la mente è “la gioventù che passa”.
Li ritroviamo anni dopo: molto cambiati ma tipici adulti un po’ scontati come tanti.
Chi era escluso allora, è rimasto tale. Ma una speranza sembra far capolino alla fine.
Basato su un libro semi autobiografico di Charles Bukowski.
“L’APPRENDISTATO”, regia di Davide Maldi.
Italia, 2019.
Il film fa parte di un ciclo sull’adolescenza e merita un istante di riflessione.
Un film davvero ben fatto, dove ci si immerge completamente nella realtà della scuola.
Un’ansia si impadronisce dello spettatore ed è impossibile non tifare per Luca, intelligente protagonista sedicenne, di una simpatia e carisma travolgenti.
Ma la professione gli chiede già adesso di uniformarsi.
La sua, è una delle scuole più dure nel settore (alberghiero) che ha scelto, che include un internato; facendosi pure “scuola di vita”.
Difficile non porsi degli interrogativi.
Fino a che punto è giusto far sentire un ragazzo così giovane “colpevole” di aver bisogno di più tempo, per capire cosa significhi il mondo del lavoro?
Luca arriva presumibilmente dalla scuola media.
Si, la direzione è stata sincera dall’inizio, nello spiegare la propria grande severità e lo standard elevatissimo richiesto agli apprendisti.
Ma le parole ad un ragazzo inesperto possono non bastare.
Luca riuscirà a non mollare, ad adeguarsi, pur celando dentro di se la propria anima personale ed unica.
La mia domanda però volge verso ciò che sarebbe potuto accadere ad un ragazzo molto sensibile e fragile.
Noi adulti sappiamo che una singola esperienza non rappresenta tutto ciò che siamo (ma davvero lo sappiamo?).
Ma un giovane lo sa?
Altri due particolari appaiono significativi.
Quando un insegnante gli ha chiesto: “Che genere di persone frequenti fuori di qui?”.
Meglio non addentrarsi sul significato recondito della domanda…
Il gesto più bello?
Quando un compagno lo aiuta ad abbottonarsi la manica della giacca correttamente.
Allora, in quel gesto apparentemente banale, rifà capolino l’umanità, e Luca capisce che nessuno lo odia e che può essere accettato.
Piazza Grande.
“NOTRE DAME”, regia di Valerie Donzelli.
Francia/Belgio, 2019.
Maude si trova per errore a ristrutturare il sagrato di Notre Dame, grazie ad un progetto virtuale che vince per sbaglio il concorso statale.
Accetta di buon grado anche se un po’ titubante e nel frattempo, si destreggia nella ricerca spasmodica di un amore definitivo e di una gravidanza.
Realizzarsi pienamente come donna e professionista non è semplice, in una società, che le chiede moltissimo e le risucchia ancora più energie, pressandola al limite dell’impossibile.
Si susseguono situazioni divertenti in una Parigi di alto profilo, dove tutti vogliono sentirsi al massimo.
Concorso internazionale.
“THE LAST BLACK MAN IN SAN FRANCISCO”, regia di Joe Talbot.
La maestosa casa che crede essere stata costruita dal defunto nonno, rappresenta da sempre per Jimmie, l’unico scopo della vita e il miraggio del riscatto, al punto di prendersene cura pur non appartenendogli.
Sullo sfondo della storia, troviamo un conflitto strisciante tra borghesia e ceto basso, quest’ultimo costituito soprattutto da neri. Non mancano i cenni storici, sulle fondamenta e i mutamenti che hanno portato San Francisco ad essere la dolente e disillusa società odierna, dove chiunque pare raccontarsi la propria e vendersela.
Come mercanti di sogni, autoalimentati, ai quali non resta che questo.
Una storia dunque basata su questo: sogni, bisogno di radici e bisogno di dare un riconoscimento ad ogni membro della comunità.
Scarsa la presenza femminile e il dubbio che i due protagonisti siano omosessuali persiste fino alla fine, pur senza mai sfociare in un vero rapporto tra i due, che non sia platonico.
Il finale è sfumato, dolce e amaro.
Richiede a Jimmie il taglio netto con i suoi sogni per partire verso una nuova “terra promessa”.
Inaugurazione 72 Locarno Film Festival:
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Piazza Grande, 1a serata con Riccardo Scamarcio:
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Serata premiazione Hilary Swank:
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Serata Piazza Grande, film di Quentin Tarantino:
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Presentazione film “L’apprendistato”:
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Film che narrano di donne in Piazza Grande:
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Presentazione al FEVI, film “The Last Black Man in San Francisco”:
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Recensioni e video di Monica Mazzei
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